
Palazzo Pelliccioli del Portone
Importante esempio di residenza nobiliare suburbana, conservata e riconvertita a uso pubblico. Accessibile ai portatori di disabilità. www.comune.alzano.bg.it
https://goo.gl/maps/jLg6V7BD1G8w7KJT7
Palazzo Pelliccioli, ora prestigiosa sede del municipio di Alzano, viene costruito a partire dal XVI secolo da parte della famiglia Pelliccio li “del Portone”, arricchitasi con il commercio della lana. L’appellati vo “del Portone” distingue questo palazzo, e il relativo ramo della famiglia, da quello ubicato a lato della basilica di San Martino, ossia Palazzo Pelliccioli “del Palazzo” (v. schede 1 e 15); era peraltro sito in questo punto, ossia tra questa proprietà e il complesso di Santa Maria della Pace (v. scheda 8), uno dei tre portoni che regolavano l’accesso al borgo di Alzano Maggiore. . L’edificio acquisisce progressiva mente la configurazione di residenza nobiliare attraverso interventi di ampliamento successivi al 1630, quando l’antica residenza passa a Giovan Battista, alla morte dello zio Ventura Pelliccioli. Fu costui ad intraprenderne la riforma architettonica e l’adeguamento decorativo ai nuovi gusti nella seconda metà del secolo: Pelliccioli, infatti, diviene dapprima conte imperiale (1687) e in seguito viene incluso nella nobiltà veneziana (1699). An che se i fronti attuali, frutto di un intervento del primo Novecento (come denunciato dalle modana ture architettoniche e dalle cornici in “cemento decorativo”), rendono unitaria e omogenea l’immagine del palazzo, all’interno l’andamento e lo spessore differenziato dei set ti murari, l’alternanza di ambienti voltati e di solai lignei dai caratteri alquanto eterogenei rendono percepibile quanto sia lunga la storia dell’edificio, e quanto esso costituisca il prodotto di più fasi costruttive.
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L’edificio acquisisce progressiva mente la configurazione di residenza nobiliare attraverso interventi di ampliamento successivi al 1630, quando l’antica residenza passa a Giovan Battista, alla morte dello zio Ventura Pelliccioli. Fu costui ad intraprenderne la riforma architettonica e l’adeguamento decorativo ai nuovi gusti nella seconda metà del secolo: Pelliccioli, infatti, diviene dapprima conte imperiale (1687) e in seguito viene incluso nella nobiltà veneziana (1699). An che se i fronti attuali, frutto di un intervento del primo Novecento (come denunciato dalle modana ture architettoniche e dalle cornici in “cemento decorativo”), rendono unitaria e omogenea l’immagine del palazzo, all’interno l’andamento e lo spessore differenziato dei set ti murari, l’alternanza di ambienti voltati e di solai lignei dai caratteri alquanto eterogenei rendono percepibile quanto sia lunga la storia dell’edificio, e quanto esso costituisca il prodotto di più fasi costruttive.
Nel 1771 la proprietà del palazzo passa dai discendenti Pelliccioli alla Misericordia di Alzano, e nel 1773 all’abate Francesco Fantina, di Alzano. L’antica proprietà aveva un’estensione considerevolmente superiore a quella attuale: frutto di acquisizioni succedutesi ino alla fine del XIX secolo arriva a comprendere, nel 1878, i fondi agricoli fra la via Sottocorna (l’attuale via Guglielmo d’Alzano), la piazza del la Cava e la via per il Serio (ora via IV Novembre; non esisteva ancora, a quella data, il viale per la stazione ferroviaria). Si tratta, quindi, più di una residenza suburbana che di un vero palazzo, sia per la posizione che per l’estensione e l’impianto. Al tempo della redazione del Catasto Napoleonico (1813) la proprietà, già assai estesa e sita in parte nel comune di Alzano Maggiore e in parte in quello di Nese, appartiene alla famiglia di Giovanni Batti sta Zanchi, figlio di Lorenzo; nelle mappe il palazzo è raffigurato nella forma ad “L” che conserva tutt’oggi, rivolto verso la piazza della Cava. Nel Catasto di metà Ottocento l’edificio, che non sembra aver subito modifiche, è censito quale “casa civile”, sempre di proprietà della famiglia di Giuseppe e Giovan Battista Zanchi (proprio tale famiglia, ci ricorda Mandelli in “Alzano nei secoli”, arricchitasi acquista e fa costruire alcune importanti residenze in Alzano: oltre a Palazzo Pelliccio li, il palazzo annesso alle filande — noto come palazzo Fenaroli — e il casolare denominato «Castello»). Nel 1848 la proprietà passa per eredità a Carlo e Rosalinda Zanchi; nel 1870 Camilla Donadoni, vedova di Carlo Zanchi, vende la proprietà ad Attilio Cassina. Dal relativo atto notarile si evince che la proprietà è composta da «due caseggiati tra loro attigui …, l’uno civile per uso dominicale, con cortile, giardino e fontane d’acqua perenne …, l’altra per uso d’affitto, con cortiletto e botteghe» e da diversi fondi ad ovest del nucleo edificato».
Negli anni seguenti Attilio Cassina espande la proprietà mediante l’acquisto dei terreni a valle del complesso edificato, e nel 1888 vende la «Villa con vasto giardino, case d’affitto e terreni annessi posti in tenere di Alzano Maggiore e Nese» all’ingegnere Carlo Zucchi di Milano. Zucchi cede a sua volta la proprietà — “casa di villeggiatura, annesso giardino, case d’affitto, terreni coltivi e boschivi”, come la descrivono i documenti notarili — alla famiglia Pesenti nel 1906. Come già avvenuto negli anni precedenti in altri casi (Villa Paglia e Montecchio a Nese, v. schede 38 e 37), la famiglia Pesenti (in questo caso Luigi Pesenti, e il figlio Antonio) intraprende la riforma del complesso, in particolare per quanto riguarda l’assetto esterno (attraverso il ridisegno complessivo delle aperture e il rifacimento delle cornici, originariamente in pietra di Sarnico e ora in cemento decorativo); viene in parte ripresa la decorazione interna, anche coprendo i più antichi affreschi parietali, deteriorati. In assenza di riscontri documentari non è tuttavia possibile conoscere con maggior dettaglio gli interventi promossi dai Pesenti. Certamente l’impianto definitivo del giardino è attribuibile a tale periodo, e costituisce una ulteriore testimonianza della particolare sensibilità della famiglia verso tale tema, già dimostrata nelle ville in Nese e nella villa di Augusto Pesenti in Alzano Sopra.
Appartengono forse alla fase più antica la grotta e il pozzo sottostante, e alcuni elementi scultorei in ceppo lombardo. Nel 1906 i Pesenti promuovono anche la sistemazione della piazza Garibaldi, l’antica Cava, facendo spostare l’antica statua della Madonna dei Sette Dolori (24) al ine di allargare la strada.
Nel 1949 la proprietà, già frazionata in seguito ad alcuni interventi di natura urbanistica, viene ulteriormente ridotta con l’alienazione dell’edificio affacciato su piazza Garibaldi, venduto a Carlo Giordano; in quest’occasione si edifica il muro divisorio tra le proprietà. Nel 1956 si compiono le opere di adattamento per rendere il palazzo sede del Comune, inaugurato in tal senso il 1° marzo 1958. Nel 1956 il salone d’onore, divenuto sala consiliare, accoglie l’arredo disegnato per l’occorrenza da Luigi Angelini e, sul grande camino di marmo Macchiavecchia e marmo Nero, il dipinto di anonimo, copia del ritratto equestre di Tommaso Francesco di Savoia di Van Dyck. Se l’assetto complessivo dell’antica proprietà è oggi profondamente mutato e ridotto (l’accesso, peraltro, avveniva da un ingresso oggi laterale, verso la via Mazzini), gli interni testimoniano ancora con evidenza la grandiosità del palazzo, annunciata dallo scalone monumentale che conduce al piano nobile, al centro della cui volta è stato da poco rintracciato il tema mitologico di Ganimede, plausibilmente con intento celebrativo nei confronti del casato e della nobiltà acquisita. Al piano nobile si articola, come prassi in questo tipo di residenze, una sequenza di sale a tema destinate in parte alle occasioni di rappresentanza e parte di natura privata. Resta ancora da approfondire la sequenza costruttiva delle diverse fasi di riforma edilizia, chiaramente testimoniata dalle irregolarità delle murature e dall’alternanza di volte di diversa geometria e soffitti piani, mentre il complesso e colto ciclo iconografico costituisce, com’era consuetudine, un’esaltazione della figura del committente e delle sue imprese, a partire dal mito di Ganimede e l’aquila che campeggia nello sfondato della volta dello scalone. Il salone a tutt’altezza, al piano nobile, fu dipinto dal pittore quadraturista Domenico Ghislandi (1620-1677), padre del più celebre Fra’ Galgario, come plausibilmente la grande volta dello scalone e le altre sale di rappresentanza e di “comodità” al piano nobile.
Credit: Alzano 50
